Scuola Don Comelli Vigevano | Il modello Greta, un pericolo per i giovani
«Dobbiamo permettere ai bambini di fare i bambini» Scott Morrison.
Scuola Don Comelli Vigevano, infanzia, primaria e secondaria
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Il modello Greta, un pericolo per i giovani

Il modello Greta, un pericolo per i giovani

Un’intera generazione viene strumentalizzata attraverso Greta, educata al vittimismo, all’odio e al non perdono. Eppure ci sono alternative, pensiamo all’esempio di Janna Jessen, lesa a vita per colpa della madre che tentò di abortirla. Gira il mondo convinta che c’è solo una cosa che può cambiarlo: predicare il Vangelo.

Ci sono milioni di bambini costretti a lavorare per una miseria di spiccioli. Ci sono milioni di bambini vittime della pedofilia e della pedo pornografia. Ci sono ragazzini che vengono assoldati dai gruppi terroristici musulmani e usati come soldati. Ci sono bambini che vengono comprati con la fecondazione in vitro e altri che vengono abortiti. E poi c’è una ragazzina, benestante, che da mesi viene ospitata dai salotti dei potenti, che attraversa oceani in barca a vela, che viene osannata da mezzo mondo ma che fa la vittima del sistema gridando: «Non dovrei essere qui, dovrei essere a scuola, dall’altro lato dell’Oceano». È vero, Greta Thunberg dovrebbe essere in classe ad imparare la storia, la scienza, la matematica, ma soprattutto ad imparare l’esercizio della critica e dell’approfondimento rispetto alle ipotesi che gli avi consegnano ai posteri. Invece no, un gruppo di adulti le ha detto che il mondo sta per scomparire, che le persone muoiono per via dell’inquinamento e del “climate change”. In poche parole, senza insegnarle a verificare se il pensiero comune abbia o meno fondamenta, l’ha terrorizzata instillando in lei un odio impressionante e portandolo, insieme a lei, in giro per il mondo. Il suo discorso di ieri alle Nazioni Unite è infatti impressionante per quanto astio e cattiveria emani. Perciò preoccupa che venga presentata ai giovani come modello di attivismo. Basta ascoltare la ferocia con cui ha gridato queste parole che suonano come una minaccia: «Se sceglierete di fallire non vi perdoneremo mai… vi teniamo gli occhi addosso».

Eppure, di fronte alla strumentalizzazione di una generazione attraverso quella di Greta, la maggioranza dei leader, se non applaude, tace, nonostante quelle treccine che poco si addicono ad una furia da adulta (si sa, anche l’immagine fa gioco). Ma qualcuno che ha deciso di opporsi e di far notare la violenza in atto c’è. Sulle pagine di ieri del Guardian è comparsa la risposta di Scott Morrison, il primo ministro australiano, contro l’indottrinamento dei piccoli: «Non permetto che (i giovani, ndr) siano sostanzialmente deformati verso un punto di vista particolare. Apprezzo che scelgano con la loro testa, ma amo anche rassicurarli perché la cosa peggiore che si può imporre ad un bambino è l’ansia ingiustificata. Hanno già abbastanza cose di cui essere ansiosi». Infatti, mai come oggi, ai bambini viene rubata l’infanzia, ma non per i motivi elencati da Greta, bensì perché il mondo adulto non permette loro di fare i bambini caricandoli dei loro egoismi (divorzi, famiglie allargate, aborto, Ivf, sessualizzazione precoce, etc.). Perciò, ha continuato il premier, «dobbiamo permettere ai bambini di fare i bambini» e quindi «penso che dobbiamo prendere delle precauzioni contro la diffusione dell’ansia fra i bambini». Anche il giornalista dell’Herald Sun, Andrew Bolt, ha commentato che «spero che gli allarmisti che hanno infuso terrore in Greta Thunberg con la paura di un’apocalisse da riscaldamento globale si vergognino di se stessi. Ora hanno visto la paura messa a nudo di questa ragazza travagliata mentre piangeva e urlava alla riunione sul clima delle Nazioni Unite». Bolt aveva già fatto notare di non aver mai «visto una giovane con così tanti problemi mentali usata da così tanti adulti». Purtroppo però, come fatto notare anche da Brendan O’Neill, editore dello Spiked Online, «chiunque solleva critiche su di lei o sulle politiche che rappresenta… può trovarsi ad essere chiamato anti-Greta, qualcuno che odia i bambini, qualcuno che non prende sul serio i giovani», sebbene «ciò che il “culto verde” ha fatto alla sig.ra Thunberg sia imperdonabile… Hanno pompato lei – e milioni di altri bambini – tramite la politica della paura. Hanno convinto la prossima generazione che il pianeta è sull’apice della sciagura. Hanno iniettato terrore nella gioventù».

Come abbiamo documentato in molti modi sulle pagine della Nuova BQ, sconcerta una pubblicità del genere ad un pensiero tanto falso riguardo ai destini del pianeta. Ma anche fosse tutto vero, permettere ad una ragazzina angosciata, che trasuda disperazione e odio, di predicare il non-perdono, usando la minaccia come modalità per lottare, sarebbe comunque ingiustificabile. E invece? Invece il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha fatto inviare una circolare ai dirigenti scolastici chiedendo di giustificare tutti gli studenti che ispirati dalla Thunberg si assenteranno da scuola per scioperare, nella giornata del 27 settembre, contro il cambiamento climatico.

Ma è questa l’educazione che vogliamo dare alle generazioni future? Combattere acriticamente battaglie non proprie con l’arma del vittimismo, dell’odio e del non perdono? Perché un’alternativa alta e grandiosa c’è. Un’alternativa mostrata da attivisti che sono davvero delle vittime capaci di insegnare il metodo della critica. Basti pensare a Janna Jessen, lesa a vita per colpa della madre che tentò di abortirla. Jessen, che gira il mondo per gridare contro l’omicidio dei bambini in grembo (qui sì che di morti se ne contano a bizzeffe, dato che in America sono circa 54 milioni), ha più volte parlato di perdono di chi le ha fatto del male. Perché per cambiare il mondo e quindi anche il cuore dei leader c’è solo un modo: predicare il Vangelo. Basti leggere come Jessen porta avanti, tutto al contrario di Greta, la missione che dice di svolgere: «Sicuramente (Dio, ndr) mi ha dato la missione di ridere, perché lo faccio sempre! In realtà, me ne ha date diverse, credo. Ma la missione principale resta quella di raccontare quello che Gesù ha fatto per me e, attraverso questo, predicare il Vangelo di Gesù Cristo. A che servirebbe lottare soltanto per un ideale, per una causa, fosse anche quella – che ritengo importante – di difendere la vita prenatale se non proclamassi Gesù Cristo, e non provassi a far capire a chi incontro che ciascuno è amato da Dio: non gioverebbe a nulla né a me né agli altri». Perché senza una salvezza più grande di ogni nefandezza nulla può farci sperare né quindi cambiare.